Donato A. Menga

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Marketing digitale in Italia? Ibm dice: NO

Tra il dire e il fare c'è di mezzo la tecnologia. In un momento storico ed economico in cui la parola d'ordine è sopravvivenza, anche nei contesti dove la collaborazione con partner e clienti in chiave digitale si sta facendo imperativa, investire negli strumenti che aiutano a diminuire il gap non è giudicato ancora prioritario. Per lo meno in Italia. Dove però la sensazione di aver costruito una solida strategia fisico-digitale è più forte che in altri Paesi.

A dirlo sono gli stessi top manager - 171 per l'esattezza - delle imprese tricolori, che si sono confessati in un ciclo di interviste face-to-face condotte dall'Ibm Institute for Business Value (la costola di Big Blue che si occupa di ricerche e analisi per potenziare le attività di consulenza). L'inchiesta è parte di un'indagine più estesa, realizzata a livello globale, che ha coinvolto 4 mila colletti bianchi tra ceo, cfo, cio e responsabili marketing e risorse umane di organizzazioni pubbliche e private attive in 16 settori produttivi. I trend principali della survey? I dati presentati oggi a Milano estrapolati dallo studio (che non a caso è stato battezzato 'Customer-activated enterprise') parlano chiaro: “Rispetto ai loro colleghi internazionali, i manager italiani attribuiscono alla tecnologia un livello di impatto inferiore sulle aziende in cui lavorano”, ha spiegato Marco Fregonese, Innovation & Growth, Global Business Services, Ibm Italia”. Inoltre vedono il ricorso a partnership esterne come un elemento di minor rilevanza e comunque finalizzato alla riduzione dei costi, più che alla creazione di valore. Sono infine meno orientati a modelli organizzativi aperti”.

Quando si parla di influenza della customer base sulla pianificazione delle attività aziendali, i leader italiani sostengono di lavorare attualmente sull’eliminazione delle barriere interne ed esterne all'organizzazione. L'obiettivo è incoraggiare il contributo dei clienti non soltanto nelle azioni tradizionali, ma anche in aree più sensibili, come per esempio le politiche sociali e ambientali, arrivando inglobarlo nella strategia di business stessa. Solo che ancor più dell'adozione degli strumenti digitali, è considerato prioritario il coinvolgimento e l'attivazione delle risorse umane interne.

Il secondo paradosso è rappresentato dal fatto che mentre per il 61% dei dirigenti del Belpaese il cliente ha grande influenza sull'organizzazione, soltanto il 35% lo coinvolge nelle attività di business. Il che, suggerisce lo studio Ibm, dipende dalla scarsa conoscenza del mercato (se a livello mondiale meno della metà dei C-level dichiara di conoscere bene i propri clienti, in Italia solo il 31% può dire altrettanto), un gap che nelle intenzioni degli intervistati deve essere colmato nel giro dei prossimi tre-cinque anni. Una strada che parrebbe obbligata. L'indagine mette infatti in evidenza una relazione diretta tra la comprensione del cliente e il successo dell’impresa: il numero di aziende con performance superiori alla media che dicono di avere una comprensione elevata del cliente supera del 62% il numero di quelle meno performanti.

Ma non tutti i dati vengono per nuocere. Come detto, i manager italiani si sentono molto confidenti nella capacità che hanno le imprese che dirigono di costruire strategie a cavallo di marketing fisico e digitale. Ben il 45% del campione tricolore dichiara infatti di saper gestire l'integrazione tra strumenti tradizionali e 2.0, mentre i colleghi internazionali che affermano di avere una limitata strategia fisico-digitale o di non averla affatto sono addirittura i due terzi degli intervistati.

Un disagio messo in evidenza anche dalle risposte che ha fornito Watson, il sistema cognitivo di Ibm, interpellato su circa 10 mila frasi estratte dalle interviste, dalle quali emerge che sia i manager italiani che quelli stranieri non hanno una strategia chiara e coesa per le attività sui social media. Mentre lo spauracchio più grande per i nostri connazionali consiste nella difficoltà di misurare il Roi sulle attività digitali. Paradossalmente, un problema che potrebbe essere risolto ancora una volta grazie all'IT. Avete mai sentito parlare di Business analytics?

Articolo di DOmenico Aliperto apparso su Corriere delle Comunicazioni

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Rallenta il tasso di crescita della telefonia mobile

A fine 2013 saranno 6,8 miliardi le sottoscrizioni relativa ai telefoni cellulari. Il dato emerge da un report dell’Itu (International Telecommunication Union) che fotografa lo stato dell’arte delle telefonia mobile a livello mondiale. Nel 2013 più di 3,4 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, possiede almeno un telefono cellulare e a partire dal 2010, oltre il 90% delle persone in tutto il mondo è coperta da un segnale del telefono cellulare. Il numero di abbonamenti ai telefoni cellulari, cioè il numero di account attivi che hanno accesso a una rete mobile, supera di gran lunga il numero dei possessori di telefono: è cresciuto da 1 miliardo di sottoscrizioni nel 2000 a una cifra prevista di oltre 6,8 miliardi entro la fine del 2013.

Secondo l’Itu questo numero è superiore al numero di persone che possiedono telefoni, perché molte persone hanno più dispositivi mobili o utilizzano più schede sim in un solo cellulare. Di conseguenza, il numero di abbonamenti di telefonia mobile si prevede che possa superare la popolazione mondiale nei primi mesi del 2014.

Tuttavia, come riferisce il rapporto, il tasso annuo di crescita comincia a rallentare, i mercati diventano sempre più saturi e dal picco dei 680 milioni di nuovi abbonamenti annuali registrato nel 2010, già dal 2011 si è avvertita un'inversione di tendenza, continuata fino a quest'anno quando la registrazione di nuovi abbonamenti si è fermata a 424 milioni, 250 meno che nel 2010.

Nei paesi in via di sviluppo ci sono circa 4 miliardi di abbonamenti, una cifra che supera quelli dei presenti nei paesi industrializzati; diversa invece la distribuzione se si guarda ai dati pro-capite: 128 abbonamenti ogni 100 abitanti nei paesi ricchi, 89 su 100 nel resto del pianeta.

Uno dei fattori che sta determinando la crescita del numero dei telefoni portatili nei paesi del Terzo Mondo, secondo il rapporto, la diffusione dei servizi finanziari attivabili attraverso rete mobile. Nelle aree povere del paese solo 37 persone su 100 riescono ad avere accesso ad una banca fisica mentre 50 su 100 hanno a disposizione uno smartphone con cui poter fare operazioni finanziarie, dall'apertura del conto corrente, al trasferimento di danaro al pagamento delle bollette.

Infine la “rottamazione”. Secondo il report solo negli Stati Uniti, nel 2010 sono stati gettati come rifiuti 150 milioni di telefoni cellulari ed ora con la diffusione degli smartphone il fenomeno è in netta crescita: in media si cambia il cellulare ogni 20 mesi, lo smartphone dura invece molto meno in una continua rincorsa all'ultimo modello. I vecchi apparati non vengono dismessi correttamente e spesso, quelli avviati al riciclo vengono lavorati in paesi del terzo mondo dove minori sono le tutele per i lavoratori.

Articolo apparso su Corriere delle comunicazioni

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Dispositivi indossabili, fino a 64 Milioni entro il 2017

L’attenzione di tutti è focalizzata sul mercato mobile, ma l’errore più comune è quello di ridurre tutto ai soli smartphone e tablet. In realtà il segmento dei dispositivi indossabili, cosiddetti wearable in inglese, è in crescita continua e a dimostrarlo c’è tutto l’interesse delle principali case produttrici come Samsung, Sony, Google giusto per cirtarne alcune. Dagli smartwatch ai Google Glasses, le soluzioni attuali non sono poi così numerose ed il costo in alcuni casi è piuttosto proibitivo, ma questo non scoraggia di certo le previsioni fatte dalla Berg Insight: di recente la firma ha affermato che ben 64 milioni di questi dispositivi potrebbero essere venduti nel 2017.

Un salto importante, 8 volte più di quanto accaduto nel 2012 dove il numero di wearable device ha toccato gli 8.3 milioni, basti anche pensare che nel 2011 erano stati soltanto 3.1 milioni. Il successo di Pebble e la popolarità dei diversi wristband activity tracker come Nike Fuelband e Fitbit Flex sono stati un ottimi trampolino di lancio per gli smartwatch, tanto che oltre agli OEM citati sopra ci si attende a breve anche le versioni di LG ed Apple, senza dimenticarci di progetti come quelli di Microsoft con i suoi ‘Kinect Glasses‘. Le potenzialità ci sono tutte, bisognerà adesso capire chi riuscirà a sfruttarle davvero.

 

Articolo di Gabriele Arestivo apparso su HDBlog

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Wikipedia blocca gli account che promuovono articoli

Nato ormai molti anni fa come un progetto senza dubbio ambizioso ma decisamente innovativo, Wikipedia è la celebre enciclopedia online ricchissima di contenuti in tantissime lingue e, soprattutto, gratuita, riuscita a raggiungere risultati impressionanti grazie al lavoro di migliaia di utenti che hanno aiutato questo portale a crescere con la scrittura di articoli senza guadagnare assolutamente nulla.

Come noto, infatti, Wikipedia ha come unica fonte di sostentamento quella delle donazioni da parte di privati e anche per questo la Wikimedia Foundaton agisce in maniera seria quando scorpre utenti che utilizzano questa enciclopedia per scopi personali. E infatti sono stati recentemente bloccati 250 account fasulli.

Secondo le informazioni diffuse da Sue Gardner, Direttore Esecutivo di Wikimedia Foundation, come gli utenti sanno Wikipedia non è perfetta, ma agisce sempre per continuare a mantenere l'enciclopedia libera e impedire che qualcuno possa guadagnare dal suo utilizzo.

Per questo sono stati recentemente bloccati 250 account di utenti fasulli che venivano utilizzati da aziende e non solo per scrivere articoli con il chiaro scopo di promuovere prodotti e aggirare quindi le regole del sito a proprio vantagglio.

Una decisione importante che dimostra come vengano effettivamente controllati gli articoli scritti per evitare che possano accadere cose del genere.

 

Articolo di Igino Nardino apparso su hiTechItaly

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