Informazione (21)

LE CITTÀ DOVE SI VIVE MEGLIO GRAZIE ALL’HI-TECH

La via italiana alle smart city? La indicano L’Aquila, Treviso e Varese. L’ha decretato lo Smau, il Salone tecnologico in corso a Milano.

Sono queste tre le città più all’avanguardia, dove il cittadino vive meglio, con più servizi e una migliore quotidianità, grazie alla tecnologia. O meglio, queste sono le città che hanno messo in campo i migliori progetti in tal senso.

Non deve stupire la presenza sul podio dell’Aquila: la città, pur martoriata dal terremoto, ha presentato un progetto di realizzazione di tutte le reti (dell’energia elettrica, dell’acqua e del gas) in uno schema integrato.

Varese, invece, è stata premiata per il sistema Varese SmartCity, attraverso il quale aziende ed esercenti hanno la possibilità di potenziare gli strumenti di marketing potendo segnalare, ad esempio, direttamente sugli smartphone dei clienti le promozioni che mettono iin campo.

Infine, Treviso è stata la terza città ad avere il riconoscimento Smau per aver installato un sistema di gestione della sosta che permette di conoscere in tempo reale tutti i dati relativi a ogni singolo posto auto. Come dire: mai più giri a vuoto per il parcheggio.

Fonte Assodigitale

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UK, il governo centralizza di nuovo la comunicazione

Da gennaio 2014 sarà operativa un’unica struttura per la gestione della comunicazione pubblica

In Uk sarà operativo da gennaio 2014 il Government Communication Service che sovrintenderà a tutta la comunicazione di Stato britannica, ma non sarà un ritorno al passato quando il COI era uno dei big spender britannici. Il GCS dovrebbe avere un budget complessivo di circa 500 milioni di sterline e oltre 3.000 addetti, e lavorerà con una ventina tra agenzie creative e media di riferimento, da Manning Gottlieb OMD a UM London.

Dalla chiusura del COI nel marzo 2012, il governo britannico aveva usato le aste online per procurarsi i servizi di comunicazione necessari, ma ora sembra che questo tipo di pratica sarà interrotta. La notizia della riproposizione di una struttura centralizzata per la gestione della comunicazione pubblica è stata accolta con molto favore da tutta l’industria britannica della comunicazione.

Alex Aiken, direttore esecutivo per la comunicazione del governo britannico, ha annunciato che il GCS sarà, tra le altre cose, un collettore di best practice da condividere e che farà grande uso di tutti gli strumenti digitali per comunicare con i cittadini e i media, ma che la strutturà cercherà anche di portare ‘in house’ quanta più creatività possibile. Il GCS avrà un Communication Board che nel corso di incontri trimestrali discuterà l’efficacia delle campagne e ne controllerà le spese.

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Il segreto del successo è sapersi raccontare

Le buone notizie sono due: la prima è che l’Italia delle startup innovative è un ecosistema vivace che cresce a ritmi incoraggianti, con oltre mille aziende già iscritte alla Camera di Commercio; la seconda è che tale ecosistema oggi può contare anche su nuovi sistemi di finanziamento partecipato, il cosiddettocrowdfunding, dove la moltitudine delle persone in rete ha la possibilità di sostenere un progetto o un’azienda donando cifre anche piccole, ma che sommate tra loro arrivano a garantire il lancio di un’impresa. In Italia ci sono circa 40 piattaforme per il crowdfunding, con 3 o 4 che da sole concentrano la maggior parte del traffico e delle attività. Nel mondo in totale sono quasi 500. 

Purtroppo c’è anche una cattiva notizia, ed è che nel nostro Paese manca ancora la cultura digitale necessaria a far decollare definitivamente questo virtuoso meccanismo. Dal lato dell’utente, tale mancanza si traduce ad esempio nell’ancora scarsa propensione degli italiani ad utilizzare strumenti e servizi per il pagamento online. «Quello cui ci troviamo di fronte è un vero e proprio paradosso – spiega Claudio Bedino, Ceo e cofondatore della piattaforma Starteed –  perché l’italiano medio è un generoso donatore, ma quando si parla di pagare a frenarlo c’è una radicata e profonda diffidenza verso la rete. Basti pensare che durante le campagne di maggior successo, siamo regolarmente bombardati da email che chiedono istruzioni per fare un bonifico». Tradotto: il digital divide è ancora saldamente radicato nel nostro Paese e la strada da percorre per sconfiggerlo è ancora lunga.

Passando sul versante imprenditoriale, la mancanza di cultura digitale si manifesta invece attraverso l’incapacità delle aziende di raccontarsi e raccontare il proprio progetto. Di condividere idee, prospettive e risorse per creare insieme un ecosistema dove il talento possa prosperare, così come suggerisce ad esempio Greg Horowitt, venture capitalist e docente dell'Università di San Diego, nel suo libro dal titolo «The Rainforest - The secret to building the next Silicon Valley». Qui da noi, infatti, prevale ancora un approccio “novecentesco” alla gestione delle informazioni, sostanzialmente teso a proteggerle nel timore che qualcuno possa carpirle e sfruttarle a proprio vantaggio. Peccato però che mai come ora, e specialmente mai come con il crowdfunding, tale atteggiamento sia risultato tanto controproducente. E questo perché per mobilitare la folla (crowd) al fine di ottenere il suo sostegno economico (funding), serve una narrazione efficace, esaustiva, in grado di diffondere il valore alla base della propria iniziativa e mobilitare l’interesse degli stakeholder. «Purtroppo sono molti i progetti validi che pagano caro il fatto di essere mal strutturati dal punto di vista della presentazione – conferma ancora Claudio Bedino - ciò che manca, di solito, è la capacità di costruire una campagna emozionale davvero convincente». 

A onor del vero, va detto che per costruire un racconto davvero engaging servono sia le competenze sia gli strumenti, e che tali strumenti dovrebbero essere incorporati direttamente nei siti di crowdfunding. E su questo, siamo ancora indietro: «Ciò che manca oggi alle piattaforme è la capacità di strutturarsi come luoghi di racconto e di intrattenimento – spiega infatti Angelo Rindone, fondatore di Produzioni dal Basso –  perché il crowdfunding è anche questo: un piccolo show dove bisogna sapersi mettere in mostra per espandere, coinvolgere e motivare la community dei propri sostenitori. Noi ci stiamo già adoperando per far evolvere la nostra piattaforma in questo senso».

Rindone prende ad esempio il processo di realizzazione di un film o di un documentario: «Chi chiede sostegno economico alla folla, dovrebbe avere a disposizione strumenti multimediali per raccontare quasi in tempo reale cosa sta facendo, dal concepimento del progetto al raggiungimento di ogni singolo obiettivo. Dovrebbe insomma poter “trasmettere” ai suoi sostenitori un “dietro le quinte in diretta” che li renda partecipi di ogni aspetto, appagandone la curiosità e, in parte, ripagandone il sostegno».

Cosi facendo, si otterrebbe qualcosa in più del solo denaro: si rafforzerebbe la community al punto da creare spazio anche per iniziative di crowdsourcing, dove ad esempio fare appello ai propri sostenitori per risolvere problemi incontrati in corso d’opera. Meglio ancora, si creerebbe un contesto dinamico e di confronto dove coinvolgerli direttamente nel processo creativo. Sulla carta, tutto questo sarebbe già possibile. All’atto pratico, sui siti di crowdfunding mancano gli strumenti necessari a implementare e gestire queste buone pratiche, perché «le piattaforme attuali - puntualizza Angelo Rindone –  sono ancora troppo focalizzate sulla semplice raccolta fondi».

Insomma serve fare passi in avanti, evolvere le piattaforme dotandole di strumenti che consentano anche la collaborazione e la condivisione di idee, oltre che una narrazione puntuale e articolata del proprio operato.  Narrazione che in Italia assume oggi  ancora più importanza con l’avvento dell’equity-based crowdfunding, modalità di raccolta fondi dove i finanziatori vengono premiati non con doni (come avviene per altre forme di crowdfunding) ma con azioni dell’azienda finanziata. Il nostro è stato il primo paese al mondo a dotarsi di una regolamentazione specifica per questa forma di finanziamento partecipato, dove si pongono dei limiti precisi che la rendono accessibile alle sole startup “innovative”. In vigore da fine luglio, il regolamento, figlio del “Decreto del Fare Bis” e targato Consob, rende questa forma di crowdfunding terreno ideale per professionisti dell’investimento. Tra questi «spicca la figura dell’angel investor, che per il 90% decide “di pancia”, e non leggendo in business plan – spiega ancora Claudio Bedino di Starteed – Ecco perché ora lo storytelling emozionale assume importanza ancora maggiore: perché una previsione finanziaria (spesso per sua natura poco attendibile) non smuove troppo chi lavora con capitali ad altissimo rischio. La partita si gioca invece intorno al contenuto di qualità, al racconto che coinvolge e convince», e che a oggi in Italia sono davvero in pochi a saper fare.

Vale la pena imparare, e vale la pena farlo in fretta, perché il crowdfunding non è una moda passeggera ed è qui per restare: se infatti nel 2012 il mercato mondiale del finanziamento partecipato valeva 2,5 miliardi di dollari, le previsioni per il 2013 parlano di una crescita superiore al 90 per cento, per arrivare a sfiorare i 5 miliardi entro fine anno (fonte: Massolution). 

 

Articolo di Alessio Jacona apparso su AgendaDigitale

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Crowdfunding, il futuro delle start up italiane

Le buone notizie sono due: la prima è che l’Italia delle startup innovative è un ecosistema vivace che cresce a ritmi incoraggianti, con oltre mille aziende già iscritte alla Camera di Commercio; la seconda è che tale ecosistema oggi può contare anche su nuovi sistemi di finanziamento partecipato, il cosiddetto crowdfunding, dove la moltitudine delle persone in rete ha la possibilità di sostenere un progetto o un’azienda donando cifre anche piccole, ma che sommate tra loro arrivano a garantire il lancio di un’impresa. In Italia ci sono circa 40 piattaforme per il crowdfunding, con 3 o 4 che da sole concentrano la maggior parte del traffico e delle attività. Nel mondo in totale sono quasi 500.

Purtroppo c’è anche una cattiva notizia, ed è che nel nostro Paese manca ancora la cultura digitale necessaria a far decollare definitivamente questo virtuoso meccanismo. Dal lato dell’utente, tale mancanza si traduce ad esempio nell’ancora scarsa propensione degli italiani ad utilizzare strumenti e servizi per il pagamento online. «Quello cui ci troviamo di fronte è un vero e proprio paradosso – spiega Claudio Bedino, Ceo e cofondatore della piattaforma Starteed –  perché l’italiano medio è un generoso donatore, ma quando si parla di pagare a frenarlo c’è una radicata e profonda diffidenza verso la rete. Basti pensare che durante le campagne di maggior successo, siamo regolarmente bombardati da email che chiedono istruzioni per fare un bonifico». Tradotto: il digital divide è ancora saldamente radicato nel nostro Paese e la strada da percorre per sconfiggerlo è ancora lunga.

Passando sul versante imprenditoriale, la mancanza di cultura digitale si manifesta invece attraverso l’incapacità delle aziende di raccontarsi e raccontare il proprio progetto. Di condividere idee, prospettive e risorse per creare insieme un ecosistema dove il talento possa prosperare, così come suggerisce ad esempio Greg Horowitt, venture capitalist e docente dell'Università di San Diego, nel suo libro dal titolo «The Rainforest - The secret to building the next Silicon Valley». Qui da noi, infatti, prevale ancora un approccio “novecentesco” alla gestione delle informazioni, sostanzialmente teso a proteggerle nel timore che qualcuno possa carpirle e sfruttarle a proprio vantaggio. Peccato però che mai come ora, e specialmente mai come con il crowdfunding, tale atteggiamento sia risultato tanto controproducente. E questo perché per mobilitare la folla (crowd) al fine di ottenere il suo sostegno economico (funding), serve una narrazione efficace, esaustiva, in grado di diffondere il valore alla base della propria iniziativa e mobilitare l’interesse degli stakeholder. «Purtroppo sono molti i progetti validi che pagano caro il fatto di essere mal strutturati dal punto di vista della presentazione – conferma ancora Claudio Bedino - ciò che manca, di solito, è la capacità di costruire una campagna emozionale davvero convincente».

A onor del vero, va detto che per costruire un racconto davvero engaging servono sia le competenze sia gli strumenti, e che tali strumenti dovrebbero essere incorporati direttamente nei siti di crowdfunding. E su questo, siamo ancora indietro: «Ciò che manca oggi alle piattaforme è la capacità di strutturarsi come luoghi di racconto e di intrattenimento – spiega infatti Angelo Rindone, fondatore di Produzioni dal Basso –  perché il crowdfunding è anche questo: un piccolo show dove bisogna sapersi mettere in mostra per espandere, coinvolgere e motivare la community dei propri sostenitori. Noi ci stiamo già adoperando per far evolvere la nostra piattaforma in questo senso».

Rindone prende ad esempio il processo di realizzazione di un film o di un documentario: «Chi chiede sostegno economico alla folla, dovrebbe avere a disposizione strumenti multimediali per raccontare quasi in tempo reale cosa sta facendo, dal concepimento del progetto al raggiungimento di ogni singolo obiettivo. Dovrebbe insomma poter “trasmettere” ai suoi sostenitori un “dietro le quinte in diretta” che li renda partecipi di ogni aspetto, appagandone la curiosità e, in parte, ripagandone il sostegno».

Cosi facendo, si otterrebbe qualcosa in più del solo denaro: si rafforzerebbe la community al punto da creare spazio anche per iniziative di crowdsourcing, dove ad esempio fare appello ai propri sostenitori per risolvere problemi incontrati in corso d’opera. Meglio ancora, si creerebbe un contesto dinamico e di confronto dove coinvolgerli direttamente nel processo creativo. Sulla carta, tutto questo sarebbe già possibile. All’atto pratico, sui siti di crowdfunding mancano gli strumenti necessari a implementare e gestire queste buone pratiche, perché «le piattaforme attuali - puntualizza Angelo Rindone –  sono ancora troppo focalizzate sulla semplice raccolta fondi».

Insomma serve fare passi in avanti, evolvere le piattaforme dotandole di strumenti che consentano anche la collaborazione e la condivisione di idee, oltre che una narrazione puntuale e articolata del proprio operato.  Narrazione che in Italia assume oggi  ancora più importanza con l’avvento dell’equity-based crowdfunding, modalità di raccolta fondi dove i finanziatori vengono premiati non con doni (come avviene per altre forme di crowdfunding) ma con azioni dell’azienda finanziata. Il nostro è stato il primo paese al mondo a dotarsi di una regolamentazione specifica per questa forma di finanziamento partecipato, dove si pongono dei limiti precisi che la rendono accessibile alle sole startup “innovative”. In vigore da fine luglio, il regolamento, figlio del “Decreto del Fare Bis” e targato Consob, rende questa forma di crowdfunding terreno ideale per professionisti dell’investimento. Tra questi «spicca la figura dell’angel investor, che per il 90% decide “di pancia”, e non leggendo in business plan – spiega ancora Claudio Bedino di Starteed – Ecco perché ora lo storytelling emozionale assume importanza ancora maggiore: perché una previsione finanziaria (spesso per sua natura poco attendibile) non smuove troppo chi lavora con capitali ad altissimo rischio. La partita si gioca invece intorno al contenuto di qualità, al racconto che coinvolge e convince», e che a oggi in Italia sono davvero in pochi a saper fare.

Vale la pena imparare, e vale la pena farlo in fretta, perché il crowdfunding non è una moda passeggera ed è qui per restare: se infatti nel 2012 il mercato mondiale del finanziamento partecipato valeva 2,5 miliardi di dollari, le previsioni per il 2013 parlano di una crescita superiore al 90 per cento, per arrivare a sfiorare i 5 miliardi entro fine anno (fonte: Massolution).

 

Articolo di Alessio Jacona apparso su Agenda Digitale

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La Nasa al verde

Se non arriverà rapidamente l'accordo necessario a sbloccare i fondi per le attività dell'anno fiscale 2014, NASA, EPA, CDC e tutte le altre agenzie federali che fanno capo al budget dell'Unione chiuderanno i battenti almeno temporaneamente. I dipendenti resteranno a casa senza paga e saranno garantiti solo i servizi essenziali: nel caso dell'agenzia spaziale il supporto da Huston agli astronauti sulla ISS, nel caso del CDC lo stretto monitoraggio delle epidemie più preoccupanti, e così via.

L'ordinamento USA fa sì che, in caso di mancato accordo sulla legge finanziaria che fissi i tetti di spesa per l'esercizio che è iniziato il 1 ottobre (per le finanze a stelle e strisce è già l'anno fiscale 2014), le attività degli uffici pubbliche vengano sospese invece di proseguire in un cosiddetto "esercizio provvisorio". La norma d'oltreoceano differisce quindi sensibilmente da quella italiana, e questo significa che circa 800mila dipendenti verranno lasciati a casa fino a data da definirsi senza paga. Un problema nella vità di tutti i giorni per i cittadini comuni, e un problema per la scienza e il mondo IT visto che le agenzie federali statunitensi si occupano di materie importanti anche relative alla sicurezza (trasporto aereo, sanità, monitoraggio di corpi celesti in rotta di collisione col nostro pianeta) e alla ricerca scientifica.

Nel caso di NASA, la questione è esemplare: nel libro paga dell'agenzia spaziale ci sono circa 18mila dipendenti, e quelli che è previsto rimangano in servizio sono appena 600. Si tratta degli specialisti del controllo missione a Huston, a cui spetterà il compito di continuare ad assistere i due astronauti con passaporto USA al momento a bordo della ISS, così come le diverse missioni in corso (tra rover in giro per Marte e altri satelliti piazzati a distanza diversa dalla Terra) che necessitano di controllo umano per assicurarsi la continuità e prevenire perdita di dati e di conseguenza un rischio per la riuscita della missione. Tutto quanto invece è arrestabile, comprese le missioni e i lanci programmati, sarà arrestato: sarà garantita solo la preservazione dei beni, per evitare che l'attesa dello sblocco del denaro a Washington causi ulteriori perdite altrove.

Le stesse condizioni valgono per DoJ, Biblioteca del Congresso, National Science Foundation, NIH e tutte le sigle federali che si occupano a vario titolo di ricerca e sviluppo: in alcuni casi ci sarà lo stop indiscriminato di tutte le attività (come accadrà ad esempio alla Biblioteca del Congresso che terrà le porte chiuse a tutti), in altri verranno garantiti i servizi base e le emergenze. Ma, ad esempio, il programma di vaccinazione contro l'influenza organizzato ogni anno dal CDC sarà sospeso e probabilmente finirà per essere cancellato a causa di questo "shutdown"; senza contare che anche il monitoraggio di eventuali focolai di infezioni o già conclamate epidemie sarà ridotto al lumicino se non in alcuni casi arrestato.

Un fattore da considerare, nel caso della NASA, è anche l'approvvigionamento dei viveri e di altre scorte alla stazione spaziale: nel rapporto in cui si chiariscono le linee guida per la sospensione delle attività viene ribadita la necessità di tenere sotto controllo la questione per eventualmente provvedere a rifornimenti o qualsiasi evenienza (emergenze a bordo, evacuazioni ecc). In soccorso dell'agenzia potrebbero venire le aziende private che ormai sono lanciate nella fornitura di missioni spaziali chiavi in mano e che hanno già iniziato a collaborare con NASA: nonostante le difficoltà iniziali, la Cygnus di Orbital Sciences ha attraccato senza problemi sulla ISS (con nella stiva proprio rifornimenti), e nelle stesse ore il Falcon 9 di SpaceX è decollato in una nuova versione più potente con a bordo un satellite meteorologico canadese.

Se le aziende private accettassero di fare credito alla NASA, per così dire, con il supporto delle Soyuz russe non ci sarebbero grossi problemi a portare avanti il progetto ISS. In ogni caso, l'agenzia dovrà fare fronte a più di qualche grattacapo per risolvere il blocco della liquidità nell'immediato per portare avanti la propria ricerca: problema che non riguarda altre agenzie come la NSA, che pur non gode al momento dei favori del pubblico, visto che nei casi di sicurezza nazionale e attività militare sono previste deroghe allo shutdown.

 

Articolo di Luca Annunziata apparso su PuntoInformatico

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Brasile: Pec gratis per tutti!

Il governo offrirà alla popolazione entro l'anno un servizio di email criptato. Proposto dalle Poste, garantirà più sicurezza soprattutto agli utenti del software libero. Ma, per farlo funzionare, il ministero delle Comunicazioni dovrà potenziare l'infrastruttura

Tutti i brasiliani avranno la possibilità di usufruire di un servizio email gratis e criptato offerto dal governo entro il 2013.

Il sistema sarà proposto dalle Poste ed è sviluppato dal Federal Data Processing Service (Serpro).

Il presidente del Serpro, Marcos Mazoni, spiega che questo sistema è più sicuro quando si usa un’infrastruttura proprietaria e il software libero, oltre a offrire l’email cittrografata. “In questo modo le persone potranno avere maggiore capacità di controllo” ha aggiunto Mazoni, che ha appena incontrato il ministro delle Comunicazioni, Paulo Bernardo.

Sempre stando a Mazoni, il Serpro svolgerà il lavoro tecnico insieme alle Poste. Spetterà poi al ministero delle Comunicazioni potenziare l’infrastruttura per poter servire tutta la popolazione dello sterminato Paese.

Il sistema sarà sul modello del servizio di email Expresso Livre già offerto da Serpro ai suoi clienti.

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Agenda digitale, la scuola procede a piccoli passi

Quindici milioni spendibili subito per la connettività wireless nelle scuole secondarie, con priorità per quelle di secondo grado. Otto milioni stanziati (2,7 milioni nel 2013 e 5,3  nel 2014) per l’acquisto da parte degli istituti secondari di libri di testo ed e-book da dare in comodato  d’uso agli studenti in difficoltà economica. È tutto qui il digitale contenuto nel Pacchetto Scuola (da 400 milioni) approvato dal Consiglio dei ministri. “Il governo – sottolinea il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza - punta prioritariamente a ridurre il digital divide tutti gli studenti l’accesso a internet significa anche ridurre le differenze sociali e territoriali”.Non ci sono, invece, misure specifiche che fanno slittare l’adozione dei libri digitali che il decreto Profumo stabiliva per l’anno scolastico 2014-2015. Su quel versante resta dunque valida la strategia annunciata dal ministro dell’Istruzione che intende lasciare autonomia di adozione ai singoli istituti. L’obbligo di adozione - secondo quanto riferito dal Miur al Corriere delle Comunicazioni - slitta all’anno scolastico 2015-2016.

In compenso questo sarà il primo anno verrà adottato il registro digitale. Con non pochi problemi Secondo un’indagine promossa da Kion (Cineca) condotta su 200 presidi, il 45% ha dichiarato di non aver ancora tra le mani alcuna soluzione per il registro digitale; il 72% cercherà un software sul mercato, mentre il 20% non ha le idee chiare. C’è poi un l’8% convinto di poter rinviare la decisione nel tempo grazie a una proroga di legge. Il rinnovo delle dotazioni IT è un altro tasto dolente. Comprare computer e software nuovi svuoterebbe le casse degli istituti nel giro di pochi mesi. La soluzione? Optare per software open source e per il riuso. E proprio a questo starebbe lavorando il ministro Carrozza che punta ad elaborare un provvedimento ad hoc nei prossimi mesi.  

Intanto prosegue  anche quest’anno il Piano nazionale scuola digitale implementato con fondi nazionali e regionali. Secondo gli ultimi dati riasciati da Viale Trastevere sono state consegnate  complessivamente 35.115 Lim per un totale di 772.530 studenti raggiunti e 83.671 insegnati formati. Per quanto riguarda il progetto Classi 2.0 ne sono state coinvolte 416 con 8.916 studenti e 2.922 insegnanti. E proprio per rafforzare questi due progetti, ma anche in vista dell’adozione obbligatoria degli e-book il prossimo anno scolastico, il ministero in collaborazione con Consip ha dato avvio al Mepi.

Il Mercato elettronico della Pubblica Istruzione è dedicato alle scuole italiane che vogliono acquistare online beni e servizi destinati alla didattica ed alla gestione organizzativa della scuola. Nell’ambito del Mepi, le imprese fornitrici presenteranno i beni e i servizi aggregati secondo logiche coerenti con la destinazione d’uso scolastica e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado potranno selezionare sistemi integrati o singoli prodotti e soluzioni, con requisiti tecnici e di servizio personalizzati. Sarà quindi favorita la standardizzazione e l’interoperabilità delle soluzioni, semplificando e velocizzando il processo d’acquisto attraverso la piattaforma elettronica.

Ogni soluzione tecnologica integrata proposta nel Mepi sarà aperta, interoperabile e collegabile con altri dispositivi. La soluzione integrata proposta deve risultare in linea con le finalità del Piano Nazionale Scuola Digitale (Pnsd) e quindi deve essere rivolta ad una delle azioni: “Lim in Classe”, “Cl@ssi 2.0“, “Scuol@ 2.0” , “Centri Scolastici Digitali”.

 

Articolo di Federica Meta apparso su Corriere delle Comunicazioni

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Le informazioni sugli aiuti ricevuti sono consultabili nella sezione Trasparenza di RNA, al seguente link.

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