Donato A. Menga

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Perché il passaparola non aiuta il tuo business

Quante volte hai sentito dire che il passaparola è la migliore pubblicità per il tuo business? Altrettante volte avresti dovuto sentir dire che in realtà questo non è vero, almeno non sempre.

In realtà quando un cliente nuovo arriva a te tramite mediazione, lo fa con una forma mentis che, di suo, tende a sminuire il tuo lavoro: inconsciamente pretende un trattamento di favore. L'essere “presentato” lo autorizza a credere che potrà avere quello che gli serve a condizioni migliori.

Il “passaparola”, quindi, non è sempre un vantaggio. Questo vale soprattutto per quelle attività non distribuiscono semplicemente prodotti (o servizi) ma hanno al proprio interno un alto tasso di lavorazione. In questo contesto non ci si può permettere di fare il massimo  al minimo del costo. E' il concetto di sopravvivenza, non di business. Quindi, alla fine, il passaparola rischia di non essere un buon affare (anche perché l'eventuale trattamento di favore al cliente non lo esimerà dal tempestarvi in caso di problemi sul prodotto/servizio). Si aggiunga che il passaparola non è uno strumento "controllabile" e, quindi, non costituisce una azione programmabile e su cui si può fare affidamento in termini più o meno scientifici per accrescere il tuo business.

Il tema centrale, in termini generali, è sempre uno: l'effettivo valore che riusciamo a dare (e a fare percepire) per il nostro servizio/prodotto. Un prezzo basso con il rischio di non ottenere un (buon) risultato è sempre preferibile ad un prezzo congruo che invece mi dia maggiori garanzie di riuscita?

 

 

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Il buco nel muro


Perché il content marketing può essere utile al business di una azienda

Vendere il buco nel muro, non la punta del trapano. E' una bella definizione di quello che, con termini più figo, si chiama content marketing. O almeno di quella parte di esso che si occupa di creare il contesto. Spesso le attività di comunicazione si preoccupano più di vendere che di colpire quella parte non ponderabile nell'atteggiamento del consumatore che gli permette di effettuare i tre passi fondamentali: conoscere, scegliere, preferire. Provo a fare un esempio. Avere un bagaglio di informazioni sufficienti è il primo step per “entrare” in un mondo e potersi muovere all'interno di esso senza sentirsi uno sprovveduto. Ma quello che fa davvero la differenza sono la scelta e, soprattutto, la preferenza. Scegliere un prodotto, o una azienda che eroghi un servizio di cui hai bisogno, implica una consapevolezza, una volontà che si traduce in un atto concreto. Più ancora della scelta, però, assume importanza la preferenza del consumatore finale: quella che lo spinge a fare un confronto e ad orientarsi versa una opzione in maniera responsabile e consapevole. Ma come costruire questo percorso di fiducia? Come convincere il tuo gruppo di riferimento (quello che si chiama target) che può fidarsi di te? Il percorso passa per l'autorevolezza del tuo lavoro, per la conoscenza di quello che fai e di come lo fai a prescindere dall'effettiva possibilità di finalizzare commercialmente. Vendere il buco nel muro, quindi, significa lavorare alla consapevolezza del consumatore, del cliente, dell'interlocutore, portarlo a conoscere i tanti modi in cui quel buco si può fare, le tante difficoltà che si possono incontrare nel farlo e, quindi, dargli tutte le informazioni necessarie per comprendere che il modo migliore è usare una punta da trapano, possibilmente prodotta da te.

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Sony torna alla cassetta.

 

Al giorno d'oggi le tecnologie per l'archiviazione dati di certo non mancano; dai classici HDD ed SSD, passando alle memorie Flash, ai NAS e arrivando ai servizi Cloud, le opzioni fornite dai produttori sono davvero molte e in continua evoluzione.

Nonostante questo però suscita senza dubbio curiosità l'ultima proposta di Sony, che ha i qualche modo "rispolverato" le vecchie cassette a nastro magnetico, quelle che per intenderci si usavano per ascoltare la musica fino a qualche anno fa. Ovviamente parliamo di cassette non convenzionali ma che nella nuova versione del colosso Giapponese avrebbero una capienza di circa duecento hard disk odierni.

Anche se non si conoscono molti dettagli sul metodo di realizzazione, l'azienda ha però dichiarato di esser riuscita a realizzare la cassetta in condizioni di vuoto, con nanocristalli orientati dalle dimensioni veramente molto ridotte messi su uno strato di soli 5 micron di spessore. La cosa eccezionale però è che i cristalli avrebbero una dimensione di 7.7 nanometri.

Ma quanta capacità avrebbe quindi questa "cassetta"? Circa 185 TB, ossia di 148 GB di dati per pollice quadrato. Una tecnologia che vedrebbe dunque un ritorno del vintage almeno riguardo i server aziendali e l'ambiente enterprise, anche se non si esclude un utilizzo per l'utente finale visto il costo non troppo elevato dei supporti.

 

Fonte HdBlog

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L'app che ti ricorda dove parcheggi

Ora: sarà che io sono uno di quelli che, quando pensa ad altro, si dimentica sistematicamente dove ha parcheggiato ma io, questa nuova app di Google la trovo davvero interessante. 

In più occasioni mi è capitato di avere difficoltà a ricordare dove avevo lasciato la macchina. Il meccanismo è semplice: guidi pensando alle tante cose che hai da fare, a una in particolare o (diciamola tutta) semplicemente sei distratto perché pensi, come diceva la mia maestra delle elementari, alle vacche svizzere e, quindi, quando lasci la macchina vai non ti ricordi dove.

Non è raro vedere esemplari del mio genere vagare per le strade delle città in cerca di un lampo della memoria che li possa far sentire meno impotenti. Qualche volta capita anche (chi mi conosce di persona avrà sentito tante volte questo racconto) di partire in macchina e tornare in treno per poi ricordarsi solo nella stazione di ritorno. La soluzione è una soltanto. Dissimulare, fare un biglietto e tornare sui propri passi (via ferrovia) a recuperare la propria vettura.

Comunque, tornando all'applicazione, questa di Google sembra interessante perché fa tutto da sola. Se da un lato questo potrebbe indurre in errore il sistema (ovviamente il meccanismo registra il punto di fermata di un mezzo che prima era in movimento ma non distingue tra autobus, treni, macchine proprie o altrui), dall'altro certamente supera il problema di altre applicazioni che, ad esempio, si basano su dispositivi attivati in macchina con cui lo smartphone dialoga. Ora, per uno come me, che parte in auto e torna in treno, salvo poi tornare sui propri passi, ricordarsi di attivare il dispositivo prima di scendere può essere una cosa abbastanza difficile. 

Dimenticavo l'applicazione di Google si chiama Parking Location. Così, giusto per la cronaca.

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